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#Tv e frequenze: dalla legge di bilancio significative novità (e qualche interrogativo)

Sul fronte della comunicazione, è una delle eredità più “ingombranti” lasciate dal governo Gentiloni. Sono gli articoli dal 598 al 617 della legge di bilancio 2018, dove si prescrive un complesso e minuzioso “piano nazionale” al fine di trasferire dalla “banda 700” le televisioni che ne usano attualmente le frequenze per darle in uso, per la banda larga mobile, al miglior offerente.

Due osservazioni preliminari. La prima: si introduce un doppio regime, ancora una volta, per le tv nazionali e le tv locali: solo le seconde dovranno restituire le frequenze in uso per andare ad una negoziazione commerciale con operatori di rete “terzi” (consorzi formati dalle stesse emittenti) e quindi non saranno più soggetti verticalmente integrati, ma avranno una partecipazione in un consorzio operatore di rete. Per le tv locali, finora, il maggior patrimonio in bilancio era la frequenza in uso. Cosa del tutto anomala, perché l’etere è un bene pubblico demaniale. Ma è solo una delle tante anomalie del sistema italiano delle comunicazioni, non la più vistosa.

Lo stesso non vale per le tv nazionali: la “rivoluzione” prevede sì di far noleggiare anche a loro la capacità trasmissiva, ma, nei fatti, dal proprio operatore di rete: Mediaset da EITowers (che al momento è operatore di torri e non di multiplex o di rete; e così RaiWay) o da una propria società costituita ad hoc.

L’asta competitiva per il 5G si farà entro il 30 settembre del prossimo anno. Obiettivo minimo: due miliardi e mezzo di euro. Sarà un’asta a frequenze occupate: il Ministero dello Sviluppo assegnerà i diritti d’uso della banda di frequenze UHF, ma quest’ultima sarà disponibile solo dopo l’abbandono della stessa banda da parte delle tv, ai vincitori della gara, solo dal primo luglio 2022, con tanto di pagamento dilazionato anno per anno sino a quella data.

Solo entro quest’ultima data, infatti, sarà completato il trasferimento degli operatori televisivi dalla banda cosiddetta 700 (sono i canali dal 49 al 60 in UHF) alle altre frequenze previste dal nuovo Piano di assegnazione, che dovrà essere approvato dall’Autorità per le comunicazioni entro il 31 maggio del prossimo anno. Tempi permettendo: perché l’approvazione del Piano dovrà essere preceduta da un’ampia consultazione di tutti i soggetti interessati. E da qui a maggio ci sono state le festività prima e le elezioni politiche poi, il quattro di marzo.

La vera novità rivoluzionaria, senza virgolette, apportata dall’articolo della legge di bilancio voluto dal governo, riguarda la trasformazione dei diritti d’uso delle frequenze attualmente assegnate in diritti d’uso di capacità trasmissiva nel nuovo standard in tecnologia DVB-T2. O, meglio, i diritti d’uso delle frequenze saranno rilasciati, secondo un calendario predeterminato, agli operatori di rete (che dovranno poi cedere la propria capacità trasmissiva, su base negoziale, alle emittenti fornitori di contenuti, con le differenze di cui sopra tra nazionali e locali). Entro il 28 febbraio 2019, il Ministero dello Sviluppo rilascerà tali diritti d’uso sulle frequenze nazionali.

La novità è notevole e non può essere sottovalutata. Non è l’unica: per la prima volta si sancisce che non potranno essere date in uso frequenze non assegnate all’Italia dagli accordi internazionali, al contrario di quanto fatto in passato (dall’ultimo Governo Berlusconi, ovviamente alle tv locali: cari tecnici ed esperti che sfilate di convegno in convegno perché non alzate il ditino per dirlo, almeno una volta?).

C’è però, subito, un’osservazione da avanzare, che è poi la principale obiezione al progetto del Governo: esiste un limite di cinque multiplex per ciascun gruppo televisivo. Tale ”tetto” sarà del tutto superfluo, un po’ come il SIC della legge Gasparri per le risorse, una volta completata la transizione: il progetto prevede,infatti, due multiplex e mezzo sia per Rai sia per Mediaset e mezzo multiplex per Cairo.

L’obiezione? L’articolo non prevede, in alternativa al limite dei cinque multiplex per gruppo, alcun “tetto” alla capacità trasmissiva noleggiabile da ciascun soggetto agli operatori di rete (il 20% di quella nazionale, ad esempio). L’operatore di rete di Mediaset potrà noleggiare capacità su due multiplex e mezzo, ma Mediaset, senza tale limite, potrebbe acquisire ulteriore capacità trasmissiva da altri operatori di rete. Come, del resto, accade  attualmente: Mediaset usa la capacità anche dei mux di D-Free (Tarak Ben Ammar) e del multiplex un tempo di H3G. Aggiungete che la quota TIM dell’operatore di rete Persidera è sul mercato e che TIM ha in discussione l’acquisto di contenuti da Mediaset per 460 milioni di euro, calcio escluso: non è impossibile ipotizzare una nuova, ulteriore, concentrazione.

Mi fermo qui, per ora, nei prossimi articoli, si affronteranno le problematiche del nuovo multiplex Rai in banda VHF che, a regime, andrà per l’80% ad emittenti locali, l’adozione del nuovo standard televisivo DVB-T2 e derivati e i soldi stanziati per far andare tutto questo a regime entro il 2022.

(1-continua)