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#Rai, canone, pubblicità e quel sistema da mettere in discussione. Prima o poi.

Il primo atto della campagna elettorale è stata l’intervista di Piersilvio Berlusconi al Corriere della Sera. Con tanto di due esposti presentati all’AGCOM, uno contro il dumping praticato da RaiPubblicità e l’altro contro il fatto che la Rai calcoli il limite del 4% di affollamento pubblicitario settimanale sulle media delle tre reti e non su ciascuna rete. Il secondo atto della campagna elettorale è stata la “puntata” di Matteo Renzi sul canone Rai. Una “puntata” alla roulette, che vorrebbe mettere in discussione la posizione egemone di Mediaset sul mercato pubblicitario. Sostituire il canone con un trasferimento statale, però, dov’è avvenuto, come in Spagna e in Olanda, ha ridotto l’indipendenza delle tv pubbliche rispetto alle maggioranze di governo, che ogni anno decidono sui quali risorse debbano contare. Il punto non è solo questo: con un trasferimento statale, una tv pubblica che  aumenti l’affollamento pubblicitario andrebbe subito sotto processo a Bruxelles. Meglio, ci andrebbe l’Italia.

Il punto è ancora un altro: il problema resta il conflitto di interessi Fininvest-Mediaset-Forza Italia con una novità, introdotta, ahimè, proprio da Renzi: chi vince le elezioni, a fine agosto, nominerà il primo amministratore delegato della Rai e la maggioranza del Cda. A quel punto, in caso di vittoria del centrodestra, il canone resterà com’è e, semmai, vi sarà una stretta sulla pubblicità della Rai, con un centinaio di milioni in transito verso Canale 5, Facebook e Google. Non tutto è così semplice, certo: vi è da capire il ruolo che giocheranno Vivendi e Telecom, a partire dai diritti della serie A di calcio; quello che avrà Sky, acquisita da un grande produttore di contenuti come Disney (in Europa spingerà l’acceleratore sulla pay, sulla free o sullo streaming, in competizione con Netflix e Amazon? E se Apple compra Netflix?)  Le variabili non mancano.

Possibile che nessuno ponga il tema della riforma dell’intero sistema delle comunicazioni? Perchè non ripartire dal disegno di legge Gentiloni, ponendo dei limiti al controllo della pubblicità, su tutte le piattaforme audiovisive stavolta? Magari sotto forma di limiti di affollamento più stringenti per chi ha maggiore capacità trasmissiva e non di tetto sul fatturato come nel progetto Gentiloni?

Sulle frequenze, una piccola rivoluzione, con qualche carenza di norme, l’ha proposta il Governo nella legge di bilancio 2018, ma Renzi non se ne vuole accorgere. Ma la banda 700 andrà liberata entro il 2022, in ogni caso.

Questo è un sistema nazionale “povero” (andate a vedere con quanti spot in Gran Bretagna si fattura tre volte che in Italia…), concentrato, con troppi soggetti che sopravvivono ormai in gran parte grazie a contributi pubblici, come le tv locali.

Non si potrebbe mettere in discussione per davvero l’intero sistema, senza limitarsi alla Rai e alle sue risorse, soprattutto dopo che si è approvata una concessione e un contratto di servizio quinquennale?

In Italia la percezione della realtà è sempre più distante dalla realtà, a tutto vantaggio di populisti e sovranisti vari. Un sistema più ricco, più diversificato, più plurale, può, forse, far invertire questa tendenza. Anche se, a leggere i giornali di questi giorni, sembra davvero tardi.