Poteri e pluralismo

Finis duopolio #Rai-Mediaset? Ci raccontano favole, se……

Lo schema di contratto di servizio tra Rai e Ministero dello Sviluppo, messo a punto dalla Rai (meglio, da due esperti esterni per conto di…) sta per arrivare sui tavoli che “contano”.  Sarebbe un’occasione, secondo diversi osservatori, per superare l’attuale duopolio, la divisione del mercato tra Rai e Mediaset. Con il “servizio pubblico” che riveste il ruolo di secondo polo commerciale avendo, grazie al canone, un contenitore pubblicitario che è circa un quarto di quello di Mediaset.

L’attenzione va puntata, in particolare sugli indici di affollamento, che, dalla legge Mammì in poi, hanno costruito e consolidato il duopolio. Prima della Mammì venne trovato l’accordo (sarebbe utile sapere che vi partecipò per la Rai): al servizio pubblico viene imposto il limite del 4% di affollamento settimanale sulla durata dei programmi e del 12% orario, alle tv commerciali, del 15% giornaliero e del 18% orario. Limite quest’ultimo che può arrivare al 20% se nell’ora contigua vi è un affollamento inferiore al 18%. Il limite quotidiano, con la legge Gasparri, viene ampliato al 20% con le telepromozioni in aggiunta al limite per gli spot.

La Rai, Giano Bifronte o Centauro che dir si voglia, anche se leader di ascolto, avendo il canone, è costretta a non valorizzare tali ascolti oltre i limiti di legge. La contabilità separata, così com’è organizzata, consolida l’intreccio tra canone e andamento della pubblicità Mediaset. Così Mediaset, con poco più del 30% dell’audience, ha una quota vicina al 60% degli investimenti pubblicitari televisivi.

Il limite settimanale della Rai si calcola sulla media degli affollamenti dei canali generalisti, secondo la decisione dell’allora Garante dell’editoria. Il sottosegretario alle Comunicazioni, Antonello Giacomelli, ha ipotizzato di calcolare il 4% settimanale su ciascuna rete (la legge non lo precisa). Nella concessione tale modifica non c’è poi stata e non è certo pensabile che la Rai l’abbia inserito nel proprio schema di contratto di servizio. Uno spot su RaiUno non è equivalente ad uno su un altro canale del servizio pubblico: la Rai con tale modifica perderebbe 170-200 milioni di introiti, che andrebbero a Mediaset, Google e Facebook nell’ordine. Senza contare che la nuova direttiva sui Servizi Media dovrebbe abolire i limiti orari per le tv commerciali, aumentando le dimensioni del contenitore pubblicitario di Mediaset.

C’è allora chi propone, come Stefano Balassone sulla rivista Left Wing, di dire basta con questa spartizione dei pani e dei pesci tra due soggetti, con il canone che di fatto rafforza Mediaset, a scapito del pluralismo e della concorrenza (e, aggiungo, dello sviluppo industriale del settore). La Rai cessi essere Giano Bifronte e operi con due società o divisioni separate, una editi canali finanziati solo dal canone, di servizio pubblico, e l’altra canali finanziati dagli spot, ma con i limiti delle tv commerciali, quindi con vera competizione con Mediaset. Proposta che in teoria è logica, a parte che la sua praticabilità politica, anche se a chi scrive appare non sufficiente rispetto a un riassetto del sistema. Quello inglese vede due società pubbliche totalmente distinte,  non solo nel finanziamento, ma nella “governance” e nelle politiche editoriali, Bbc e Channel Four.

Il rischio è che il contratto di servizio lasci tutto com’è, ovvero lasci intatto il duopolio (che molti favolieri e cantastorie danno per finito) dell’informazione, della pubblicità e degli ascolti (Sky compete soprattutto sugli e con gli introiti degli abbonati). La separazione non solo contabile ma societaria della Rai non sarebbe una favola…..ma resterà tale, con ogni probabilità.