Grandi e piccoli schermi

#Rai e #Sanremo, un ritorno al passato comune, una strada per la tv generalista

Cosa è stato il recente Festival di Sanremo, 68 anni, per la televisione e per il Paese? Vi sono diverse interpretazioni, come quella di Michele Mezza (http://m.huffingtonpost.it/michele-mezza/  <un festival contropelo, che si è mosso in maniera separata e distonica rispetto all’opinione pubblica> con un richiamo ossessivo, nostalgico, al passato, <alla dolce e scanzonata ansia di progresso e di buonismo che caratterizza i ricordi degli anni 60 e 70>, con il monologo di Favino come “manifesto ideologico” di un “ceto di successo….che vive la propria cultura progressista come status”. La cultura di una sinistra che non trova un popolo a cui parlare…e quindi il 5 marzo <vedremo quanto lontani siano gli indici di ascolto dai voti>.

Michele Mezza in parte ci “azzecca”, ma, a mio avviso, non del tutto. Questa è un’amichevole integrazione alla sua analisi.

Intanto:

  1. Il Festival è stato imperniato sulla figura e le canzoni di Claudio Baglioni, non certo omogeneo con l’ansia di progresso degli anni 60 e 70. La canzone italiana è stata la vera vincitrice del Festival. Che non è stato inventato da zero: basti ricordare gli show basati su un cantante e il suo repertorio con altri cantanti invitati a “duettare”, da Pavarotti a Bocelli, da Morandi a Zucchero. La lunghezza di ciascuna serata è poi coerente con una tv che “allunga le durate” in prima serata, abolendo la seconda serata (o relegando il DopoFestival, la chiacchiera dopo le canzoni, a poco prima dell’alba; ricordate “no, il dibattito noooooooo?”).
  2. Si è tentato di mettere in scena un varietà di lusso, certo più nazionale che popolare, forse, riuscendo  come dimostrano i dati di Francesco Siliato e dello Studio Frasi ,a mettere insieme una platea composta anche da molti giovani e giovanissimi. Lo share, certo, dimostra che poco meno della metà di chi aveva il televisore acceso NON ha guardato Sanremo. Ricordando che lo share è la quota dei televisori accesi: più di metà degli italiani, ogni sera, NON guarda la tv  (non sono sempre gli stessi…). Questo si sa; ma a a questi dati di share calcolati da Auditel, andrebbe aggiunto quanto successo sui social, da Facebook a Twitter, su Instagram, su What’s App….E sulla radio, mezzo in continua crescita: non solo RaiDue ma diverse radio commerciali si sono trasferite sulla riviera ligure armi e bagagli.
  3. C’è stata sintonia con gli umori del popolo italiano? Difficile rispondere: ho evidenza che da Destra il Festival lo si è ascoltato e frequentato; non dimentichiamo che due dei tra finalisti vengono dalla fucina di Amici, quindi da Mediaset. Di destra sono diversi dei cantanti in gara, di cui è meglio non fare i nomi. Diciamo anche che la famiglia Baglioni non è proprio di “sinistra”….E in ogni caso il “manifesto ideologico” di Favino è stato accolto sui social da insulti e reprimende dell’Italia “rancorosa”. Michele (Mezza, ndr) però ha ragione: i fatti di Macerata e Frattamaggiore mostrano un paese lacerato, angosciato, feroce, senza alcuna volontà di “inclusione”. Che magari ritrova a Sanremo quello che è anche il SUO passato e non solo quello dell’elite (ma esiste ancora?Dov’è?) che lo ha messo in piedi e “sceneggiato”.
  4. Un appunto: l’Italia degli anni 60 e 70 non era così buonista come la si dipinge: dai Katanga alle espulsioni – e non alle inclusioni – come modalità identitaria di tutti i soggetti politici della sinistra, dal Pci al Movimento Studentesco, ai gruppi extraparlamentari, all’antifascismo militante, mentre Dario Fo veniva cacciato dalla tv pubblica e a Sanremo vigevano ancora fiori, premi, eliminazioni e cotillon. Sanremo ha scelto di far tornare l’Italia sulle canzoni popolari, di tutti, non di una parte. Mi pare, almeno.
  5. Una strada per il futuro, per la tv generalista, gratuita? Difficile ripetersi, difficile concedere il bis, ma non si è trattato di uno spettacolo provinciale e local: solo un prodotto italiano al 100% può farsi strada all’estero (sarebbe interessante avere i dati su chi l’ha visto fuori dai confini nazionali). Per la Rai il problema è che ascolti e successo si concentrano sempre più su RaiUno, la rete nazionale, e sui social, mentre gli altri canali televisivi sembrano diventare marginali. Occorre trovargli posizionamento e pubblici, a partire da RaiDue e RaiTre.
  6. L’Italia del 5 marzo sarà diversa da Sanremo? Certo che sì, ma il centro-destra vuol abolire le unioni civili, mica il Festival, Basta, magari, cambiare uno dei tre conduttori. Quello che, a volte, parla da solo….