Frequenze e Digitale · Poteri e pluralismo

Il mondo delle tv e dell’audiovisivo cambia, la #Rai è ferma e in mano ai Governi

La Rai è ormai diventata oggetto di trattativa all’interno dei partiti di centrodestra. Una merce di scambio.

In caso di conclusione positiva di tale trattativa, essendo norme e leggi divenute ormai utili solo quando permettono di attuare gli accordi politici, si andrà a riproporre per la seconda volta il nome di Marcello Foa alla commissione di Vigilanza, dopo che il consiglio di amministrazione lo avrà rivotato. Conta la politica, non contano le leggi (e la logica).

Nel frattempo, tra l’altro, Mediaset sta per riprendersi la posizione 104 sulla lista dei canali Sky, dopo essere tornata con Canale 5 sul 105 e un film prodotto da Netflix vince la Mostra di Venezia. In particolare, sono arrivate le offerte degli operatori telefonici per la banda 700 oggi occupata dai multiplex televisivi, che assicurano un incasso al governo di almeno 2,5 miliardi di euro. Va avanti il processo definito dal governo guidato da Paolo Gentiloni, che prevede la liberazione entro il 2022 della banda 700 dalle televisioni e l’uso di tali frequenze per il 5G. 

Sono tre segnali, non gli unici, di come la Rai, con un vertice non operativo e incompleto, stia perdendo colpi all’interno di un mercato dove cambiano modelli produttivi e distributivi, dove lo streaming si rafforza nonostante le carenze infrastrutturali del nostro paese, dove la pay tv si concentra su Sky che diventa mutipiattaforma, dove Mediaset “torna” a caccia di audience pubblicitarie su ogni terminale e piattaforma. 

Quella che perde colpi è una Rai sempre più interna all’area di governo, ancor più con Foa presidente, dove indipendenza è una parola ormai da consegnare alla storia del Risorgimento. Un’attrazione fatale: la legge Gasparri fa del consigliere nominato dal Tesoro l’ago della bilancia per avere la maggioranza in cda. La legge sulla governance di Renzi concentra i poteri nella mani dell’amministratore delegato – come la Dc fece per il direttore generale – “proposto dal Governo”. Il governo gialloverde non solo designa l’amministratore delegato ma anche il presidente all’interno dei due consiglieri nominati direttamente dall’esecutivo. I quattro consiglieri nominati dal Parlamento, senza consultare i curricula presentati, sulla base di “pietosi” accordi tra i partiti, non hanno alcuna carica all’interno del vertice e si trovano a ratificare decisioni esterne. A quanto pare anche sui direttori di reti e testate. Azionista unico della Rai, intanto, e non da oggi, resta il Tesoro, mentre il presidente può avere deleghe sulle relazioni istituzionali e sui controlli interni. La Rai sta diventando “cosa loro” dell’esecutivo, nonostante ormai lontane sentenze della Corte Costituzionale.

I dossier aperti sono tanti, dalla “mossa” di EITowers, che capovolge una strategia storica di Mediaset, quella dell’integrazione verticale, alla quale RaiWay dovrà rispondere, ai Piani industriali ed editoriale da approvare in ritardo, alla banda 700 da abbandonare da parte delle tv, che comporta per la Rai una serie di azioni e di oneri molto impegnative, anche per il troppo immobilismo degli ultimi dieci anni. Esiste ancora la volontà e la possibilità di opporsi a queste tendenza dominanti? A riaffermare il valore, a partire dalla coesione sociale, di un servizio pubblico nell’era di Internet?